Salì sul mostro che dormiva…

Salì sul mostro che dormiva…

Occorre raccontare questa storia iniziando con il testo originale di un articolo di giornale di più di cento anni fa.

21 luglio 1893 - Il Resto del Carlino

«Il disastro di ieri alla ferrovia – l'aberrazione di un macchinista».

«Poco prima delle 5 pomeridiane di ieri, l'Ufficio Telegrafico della stazione (di Bologna, ndr) riceveva dalla stazione di Poggio Renatico un dispaccio urgentissimo (ore 4,45) annunziante che la locomotiva del treno merci 1343 era in fuga da Poggio verso Bologna. Lo stesso dispaccio era stato comunicato a tutte le stazioni della linea, perché venissero prese le disposizioni opportune per mettere la locomotiva fuggente in binari sgombri dandole libero il passo in modo da evitare urti, scontri o disgrazie. [...] Capo stazione, ingegneri e personale del movimento furono sossopra e chi diede ordini, chi si lanciò lungo la linea verso il bivio incontro alla locomotiva che stava per giungere. Non si sapeva ancora se la macchina in fuga era scortata da qualcuno del personale; e solo i telegrammi successivi delle stazioni di San Pietro in Casale e Castelmaggiore, che annunziavano il fulmineo passaggio della locomotiva, potevano constatare che su di essi stava un macchinista e un fuochista. Ma la corsa continuava e la preoccupazione alla ferrovia cresceva... [...] Alle 5,10 [la locomotiva] entrava dal bivio e passava davanti allo scalo, fischiando disperatamente, con una velocità superiore ai 50 km. Sulla macchina c'era un uomo che, invece di dare il freno, cercare di fermare, metteva carbone.... Era un uomo che correva, che voleva correre alla morte! Il personale lungo la linea agitando le braccia, gridando, gli faceva cenno di fermare, di dare il freno; taluno gli urlò di gettarsi a terra, ma egli rimaneva imperterrito nella locomotiva. Un esperto macchinista, il Mazzoni, che era lungo la linea e lo vedeva correre incontro a morte sicura, gli gridò: "buttati a terra!"; ma il giovanotto - che giovane era lo sciagurato - dalla banchina a lato della piazza tubolare della caldaia tenendosi alla maniglia di ottone, si portò sul davanti della locomotiva sotto il fanale di fronte, attaccato sempre alla maniglia e colla schiena verso la stazione dov'era il pericolo. Al momento dell'urto egli era sulla fronte della macchina e i presenti che lo videro esterrefatti passare dinanzi a loro affermano che proprio al momento dell'urto egli si sporse in fuori, volgendo la testa verso la vettura, contro alla quale andava a dar di cozzo. L'urto, disastroso per la macchina e i carri, fu tremendo per l'uomo. Egli rimase preso fra la macchina e il vagone di 1a classe schiacciato orribilmente. Accorsero funzionari delle ferrovie, di P.S., guardie, personale viaggiante e manovali e il disgraziato fu tosto riconosciuto. È certo Pietro Rigosi di Bologna, di anni 28, fuochista da parecchi anni e buon impiegato... a Poggio Renatico, mentre il macchinista Rimondini Carlo era sceso un momento, il Rigosi aveva sganciato la locomotiva del treno merci e poi l'aveva lanciata a tutta velocità legando la valvola del fischio, per modo che destò l'allarme per tutta la corsa. Avrebbe potuto pentirsi durante il tragitto e dare il freno (che funzionava bene anche dopo la catastrofe) ma egli non volle. Probabilmente un'improvvisa alterazione di cervello che lo rese crudele contro se stesso, perché, per quanti pensieri di famiglia egli avesse, non giustificavano certo un tentativo di suicidio che poteva costare la vita a molte altre persone».

A qualcuno questa storia avrà ricordato qualcosa. Infatti è proprio quella. Francesco Guccini la raccolse, trentenne, più che dall’articolo di giornale dal racconto a viva voce di un suo anziano vicino bolognese. Nel rileggerla con in mente il testo della sua canzone più famosa, sorprende la precisione con cui il cantautore (e probabilmente il suo “informatore”) ha riportato i fatti, senza inventare o romanzare quasi nulla.

Dove invece intervenne fu sulle motivazioni. Difatti nulla si riuscì mai a sapere veramente sui reali motivi del gesto del giovane ferroviere, se non che aveva sicuramente idee anarchiche, e che un giornalista della Gazzetta Piemontese dichiarò che al momento del ricovero pronunciò la frase "Che importa morire? Meglio morire che essere legato!".

Da poeta oltre che cantastorie, Guccini volle approfondire proprio questa motivazione e la forza simbolica di un gesto così apparentemente insensato. Con tutta probabilità cogliendo nel segno, vista la situazione storica in cui avvenne il fatto e la rappresentazione anche plastica che le ferrovie dell’epoca esibivano riguardo alle ingiustizie sociali, con la divisione in classi delle vetture e differenze di servizio e di trattamento fra ricchi e poveri ai limiti della disumanità. E ancor più probabilmente, avendo raccolto la testimonianza diretta di chi all’epoca c’era, potendo contare su considerazioni che l’articolo del giornale si guarda bene dal fare, finendo per cercare anche un po’ maldestramente di risolvere tutto con “un’improvvisa alterazione di cervello”, come se oggi noi dicessimo è uscito un attimo fuori di testa.

Fa molto effetto, almeno a me, il particolare del fischio del treno, di cui l’articolo dice “legando la valvola del fischio, per modo che destò l'allarme per tutta la corsa”, cioè bloccò volutamente il fischio tenendolo aperto per tutta la corsa, per farsi sentire e non passare inosservato. Questo particolare, e la sua evidente volontarietà e consapevolezza, magistralmente Guccini traduce in “…e sibila il vapore e sembra quasi cosa vivae sembra dire ai contadini curvi il fischio che si spande in aria: ‘fratello non temere che corro al mio dovere, trionfi la giustizia proletaria’”, trasformandolo in un grido acuto di speranza e di giustizia che si diffonde per tutta la pianura padana di fine ottocento.

Sottolineo volutamente (e volentieri) la definizione di “cantastorie”, perché questo è uno di quei casi in cui le cronache giornalistiche o storiche, spesso distratte o a volte anche colpevolmente e consapevolmente omissive, non avrebbero portato molto lontano questa storia, e di sicuro non quanto l’ha portata il recupero da parte di un narratore popolare che ha utilizzato metodi e spirito della migliore tradizione dei cantastorie (ce ne sono altri esempi, sicuramente uno dei più famosi è quello che riguarda la ormai celebre “ballata della baronessa di Carini”). Come ebbe a dire Giorgio Gaber: “Bolognesi! Ricordatevi: Sting è molto bravo, però tenetevi il vostro Guccini. Uno che è riuscito a scrivere 13 strofe su una locomotiva, può scrivere davvero di tutto!

Con estrema finezza poi, al termine della furibonda cavalcata, dopo il disastro Guccini ci dice solo che “lo raccolsero che ancora respirava”, e con questa frase, lasciandoci forse qualche dubbio sulla sua fine, lascia in realtà intatta la drammaticità dell’epilogo evitando di dirci bugie.

Pietro Rigosi infatti non morì nello schiantò. E neanche morì poco dopo.

Passando sugli scambi avvicinandosi alla stazione, capì, come dice la canzone, che lo stavano deviando “lungo una linea morta”. E come riporta anche l’articolo del Carlino, a quel punto smise di spalare carbone, uscì dalla cabina e si arrampicò sul muso della macchina, sotto il fanale, forse per prepararsi al sacrificio finale senza lasciare dubbi sulla sua volontà di portare a termine in quel modo la folle corsa. Lo schianto contro la vettura di prima classe e i sei carri merci che si trovavano in sosta sul binario fu spaventoso, ma probabilmente l'urto lo fece saltare via prima che i due treni potessero schiacciarlo.

Fu portato in ospedale, gli amputarono una gamba e rimase per tutta la vita con delle orribili cicatrici sul volto. Ma non morì.

C’è perfino una storia successiva che riguarda il trattamento riservatogli dalle ferrovie dopo il suo gesto, che evidenzia una strana se non addirittura sospetta indulgenza della Società delle Strade Ferrate nei suoi confronti (considerando che sulle condizioni e i trattamenti disumani che le ferrovie riservavano ancora ai loro dipendenti almeno fino ai primi del novecento c’è una vasta letteratura) così come una irriducibile avversità perfino di principio del macchinista nei confronti delle ferrovie stesse, evidentemente dovuta a motivi pregressi e sotterranei che non è dato sapere. Sposata la linea dell’infermità mentale, infatti, le ferrovie non solo non chiesero danni al Rigosi, ma poco dopo la sua uscita dall’ospedale lo considerarono semplicemente "esonerato dal servizio per motivi di salute". Il Consorzio di Mutuo Soccorso gli corrispose un sussidio di lire 308,13 e la Direzione delle Ferrovie ne dispose un altro aggiuntivo "a solo titolo di commiserazione, di £ 150, pari a due mesi della paga che percepiva". Al momento del ritiro di questo sussidio però Pietro Rigosi si accorse che sul ruolo di pagamento, che avrebbe dovuto firmare per ricevuta, era scritta come motivazione "buona uscita". E lo rifiutò. Non voleva evidentemente potesse restare scritto da qualche parte che lui era uscito dalle ferrovie in buoni rapporti. C’è da immaginarlo, sfigurato e senza una gamba, senza lavoro e sicuramente bisognoso di denaro, che dice “se non togliete quella scritta non firmo e questi soldi non li prendo!” Doveva essere davvero un personaggio particolare. Alla fine accettò la somma soltanto dopo che la motivazione fu cambiata in “per elargizione”.

Al di là molti misteri non svelati resta comunque, grazie alla maestria narrativa di un moderno cantastorie, una straordinaria storia che viaggia nei secoli (ne ha già scavalcati due) mantenendo intatta la forza e il fascino di immagini quasi cinematografiche (la macchina pulsante che riposa sul binario e che poi ruggendo si lascia indietro distanze che sembrano infinite, il mostro che divora la pianura, il fumo che sparge il velo…) capaci di andare ben oltre i fatti, pur rispettati nel racconto in modo quasi cronachistico. E sicuramente al di là della volontà dello stesso autore del gesto, che volle portarsi il suo mistero nella tomba.

Nulla si sa infatti della sua vita successiva, nulla si sa di quando e come morì. Ma soprattutto nulla si potrà mai sapere davvero dei motivi del suo gesto. Per diversi anni infatti, prima che l’interesse scemasse e che col nuovo secolo in arrivo altri avvenimenti ben più enormi lo cancellassero per tanto tempo, giornalisti e curiosi continuarono a fargli visita tentando ripetutamente di sapere da lui i motivi che lo avevano spinto al clamoroso gesto.

Tentativi inutili. Non lo disse mai a nessuno.

Luglio 2015