Orizzonti bianchi

di Alessandro Borgogno - 12/9/2005

C’è un posto in Europa, che è un posto del mondo, dove la terra finisce e comincia l’oceano. E’ la stessa zona dove Colombo ha scelto di partire quando ha deciso, ormai sicuro, che la terra era sferica e che dall’altra parte di quell’immensità d’acqua c’era sicuramente qualcosa. E’ lì che le acque di uno dei più grandi fiumi del continente deve per forza incontrare l’Atlantico, e per farlo deve superare delle enormi dune di sabbia bianchissima, e allora si allarga e si  dirama e poi riunisce di nuovo la forza di tutte le sue acque per entrare definitivamente nell’oceano, spingendole fino al largo prima che i colori e la salinità diversa delle due acque si mischino davvero in un solo blu. E nel frattempo per fare questo, alle spalle di una spiaggia oceanica interminabile fatta di acqua sabbia conchiglie e nulla, l’immenso fiume, che è il Guadalquivir, ha creato un luogo unico al mondo. Un deserto di sabbia e dune altissime che però non è un vero deserto perché è pieno di verde e di vita, una sconfinata distesa di paludi gonfie d’acqua in primavera e torridamente asciutte in estate. E soprattutto, chilometri e chilometri quadrati senza strade, senza asfalto, senza case, dove il controllo e il dominio è solo di chi ci vive perché quel posto è suo, cioè della Natura, delle forze primarie,  l’acqua la sabbia il vento che lo hanno creato, e delle piante e degli animali che ci hanno sempre vissuto.

La più grande area integra e protetta d’Europa, il parco nazionale di Doñana, nella Spagna meridionale a sud di Siviglia, per gli amici Coto Doñana. Un luogo unico al mondo.

Ci si può entrare soltanto guidati da un ranger, a bordo di enormi jeep che scavalcano le dune e attraversano le paludi. Al terzo tentativo (cioè al terzo viaggio in Spagna), con prenotazione largamente anticipata sono finalmente riuscito ad entrare. Per gli appassionati, è come entrare a Shan-gri-là, un paradiso fra gli ultimi paradisi del pianeta.
E non delude, nonostante la stagione secca non delude.
Il viaggio fra le dune è un delirio di purezza selvaggia. Nella luce dell’alba, montagne di sabbia bianchissima e valli verdi di basse pinete destinate ad essere ricoperte dalla sabbia per rinverdire fra qualche anno qualche decina di metri più avanti. E cervi, cervi, cervi come le antilopi nelle savane africane. L’immagine dei cerbiatti che zampettano sulle dune candide non si può descrivere, e ad ogni angolo e ad ogni scavalcamento di duna si ripete puntuale. E poi daini, cinghiali, pernici come se si stesse attraversando il recinto di uno zoo. Ma non è uno zoo. E’ natura vera, come dovrebbe essere e come doveva essere in gran parte dell’Europa ed ora è soltanto in pochissimi posti come questo.

Lo spettacolo non finisce con le dune, prosegue sulle paludi secche, e a cervi, daini e cinghiali che sembrano non finire mai si aggiungono cavalli allo stato brado. E una cosa che fra le tante rimane, è la sensazione davvero insolita del tuo sguardo che per ore e ore si perde all’orizzonte senza incontrare una strada, una macchina, una casa o un palo della luce.

Si termina fiancheggiando la riva del fiume che entra nell’oceano fino al largo, e si torna indietro attraverso un altro ambiente per noi inconcepibile: trenta chilometri ininterrotti di spiaggia enorme, nient’altro che spiaggia, sabbia conchiglie e mare per quasi un’ora di corsa in jeep.

Quando compaiono i primi palazzi dell’unico osceno insediamento turistico-balneare della zona, per fortuna puoi sforzarti di far finta di niente e girare ancora lo sguardo dall’altra parte, lasciandolo ancora correre fino all’orizzonte scivolando sulle dune bianche. Sabbia e cespugli e pinete, bianco verde e giallo, bianco verde e giallo. E nient’altro che abbia un senso più compiuto al di fuori di quei colori.