Incroci Magici

di Alessandro Borgogno - 28/9/2008

Parigi è sempre Parigi.

E uno dei tanti motivi è che, come tutte le grandi città con qualche secolo di storia alle spalle, anche all’ennesima visita puoi scoprire qualcosa di nuovo e affascinante, percorsi ed intrecci che potresti approfondire e prolungare all’infinito. Questa volta sono finito, grazie ad un suggerimento d’alta classe (“I Segreti di Parigi” di Corrado Augias) al Muséum national d'histoire naturelle, collocato fin dal 1798, in piena epoca rivoluzionaria, all’interno del magnifico Jardin de Plantes, ai bordi del Quartier Latin, sulla Rive Gauche.

Il fatto che sia conosciuto anche semplicemente come Le Muséum la dice lunga sull’importanza che in un modo o nell’altro questo luogo ancora mantiene, nonostante le mille novità che la capitale francese sforna continuamente sul fronte della divulgazione e delle strutture culturali e turistiche.

Fra i vari padiglioni che lo compongono, infatti, spicca oggi la nuovissima Gran Galeriè dell’evolution, modernizzata e riaperta al pubblico nel 1994, che rappresenta il tipico ambiente museale moderno, pieno di ricostruzioni, pannelli didattici, suggestioni di luce e di atmosfere. Bellissima e moderna, ma per una volta forse anche troppo. Ciò di cui invece voglio parlare qui è un altro padiglione, quello di Paleontologia e Anatomia comparata, che è ancora (chissà per quanto, ahimè!) identico a quando è stato allestito nel 1898, rappresentando quindi, oltre ad una collezione assolutamente straordinaria, anche un magistrale esempio di che cos’era un museo all’inizio del secolo scorso.

Le collezioni espongono in modo sistematico e con severa precisione una quantità incredibile di scheletri, di animali contemporanei nella galleria di anatomia comparata al piano terreno e di dinosauri e altri animali preistorici nella galleria di paleontologia situata al piano superiore.

Che ci si interessi o no di storia naturale o campi simili delle scienze, è impossibile non rimanere colpiti di fronte all’impressionante sfilata di scheletri, disposti e allineati in un unico enorme ambiente a far perdere lo sguardo fra migliaia di ossa composte e ricostruite di minuscoli topolini, di stranissimi struzzi, di anatomie scimmiesche ed umane, di massicci ippopotami, di immense balene e capodogli (fra gli altri, anche lo scheletro del famoso rinoceronte che per qualche tempo soggiornò nel serraglio di Versailles, alla corte del Re Sole). Salendo di piano, e risalendo quindi indietro nel tempo, l’altra galleria ci immerge fra le sequenze infinite di costole di brachiosauri, mitici teschi di triceratops e di tirannosaurus rex, enormi mammuth, cervi preistorici dalle corna inverosimili.

E’ una sfilata macabra e solenne, una parata che sembra camminare e venirti incontro dalle profondità del tempo fino ad oggi. Difficile non sentirsi affascinati, perfino dalla polvere che ricopre alcuni reperti, dall’impressione di antico e al tempo stesso di solidamente attuale che percorre entrambe le gallerie, il senso dell’evoluzione, il senso della classificazione, il senso stesso della ricerca e delle scienze.

Quando si esce, e ci si ritrova nella sempre viva e multiforme Parigi, impossibile sfuggire al senso di una risalita, alla maniera di Jules Verne dal cento della Terra, da una specie di centro originario della sapienza, da uno dei luoghi dove meglio sono rappresentate nella forma e nella sostanza le fondamenta del metodo scientifico che ha sorretto e sorregge ancora quel poco che sappiamo del mondo in cui viviamo.

Ma il padiglione in questione ha, fra le tante, anche un altro motivo di interesse, ed è una grande statua collocata nell’atrio della galleria. Impossibile non notarla, impossibile non restarne colpiti.

E’ sostanzialmente la rappresentazione violenta e selvaggia di un omicidio.

C’è un enorme orango che strangola un uomo, e un piccolo orango al suo fianco che urla eccitato nell’osservare la scena. Orangutang uccide un selvaggio del Borneo è il titolo della statua. Lo scultore è Emmanuel Fremiet, artista di una certa fama nella sua epoca e di sicuro talento. Suo l’Elefante che campeggia davanti al Musée d’Orsay, sua la famosa Giovanna d’Arco a piazza des Pyramides, suo il San Michele che sconfigge il Drago che ora si trova sempre al d’Orsay ma che era nato per essere collocato sulla guglia della celeberrima abbazia di Mont-Saint-Michel. Se questa non è la sua opera più famosa, comunque, di certo è una delle più singolari e originali, insieme ad un piccolo semisconosciuto bronzo con un Gorilla che rapisce una fanciulla, che è impossibile non collegare, magari fra le possibili fonti ispiratrici, alla successiva trasposizione del mito della Bella e La Bestia magistralmente reinventata nella figura tutta cinematografica di King Kong.

Anche questa statua nell’atrio del museo comunque, oltre ad essere un’opera notevole e impressionante, non manca di riferimenti e collegamenti intriganti. La scena davvero bestiale, le lunghissime braccia dell’orango che esprimono una forza e una violenza fuori dal comune, la figura scomposta del povero selvaggio sovrastato dal suo omicida, il piccolo orango che guarda eccitato quasi a presagire il successivo strazio che faranno del corpo, richiamano con impressionante precisione un’immagine direttamente proveniente da un capolavoro della letteratura. Si tratta de I delitti della Rue Morgue, di Edgar Allan Poe, universalmente considerato il capostipite del romanzo poliziesco tanto che si fa coincidere giustamente la data di nascita di questo genere letterario proprio con la sua prima pubblicazione, nell’aprile 1841, circa cinquant’anni prima della realizzazione scultorea di Fremiet che quasi ne rappresenta la raffigurazione tridimensionale. Nel racconto (del quale sto per svelare la soluzione, se qualcuno non l’ha ancora mai letto peggio per lui, se lo merita!) l’investigatore Auguste Dupin, adottando per la prima volta il metodo investigativo esclusivamente basato sulla logica deduttiva che poi farà la fortuna del suo più illustre discendente, l’insuperabile Sherlock Holmes, fa luce su un atroce doppio delitto consumatosi ai danni di due donne in un piccolo appartamento all’ultimo piano di una via, guarda un po’, proprio di Parigi. Le due donne sono ritrovate selvaggiamente uccise e orribilmente mutilate, la loro camera chiusa dall’interno, le loro finestre altissime senza apparenti appigli, molti testimoni hanno sentito le urla ma nessuno riesce a definirle con esattezza. Per tagliare corto, la straordinaria soluzione del caso sta nel fatto che i delitti sono stati commessi proprio da un orangutan del Borneo, scappato ad un marinaio appena rientrato in Europa dai uno dei suoi viaggi esotici, e finito per caso in quella stanza, armato anche del rasoio con cui il suo padrone era solito farsi la barba (particolare, quest’ultimo, usato anche come citazione da Dario Argento in Phenomena per uno dei suoi migliori finali).

Insomma si tratta di un luogo che non manca di suggestioni davvero singolari che intrecciano fra loro storia, scienza, arte e letteratura. E’ comprensibile che un soggiorno a Parigi magari rapido, con tutto ciò che di straordinario c’è da vedere e conoscere non riesca a tener dentro anche luoghi come questo, ma di sicuro nel caso di un soggiorno più prolungato, o in occasione di un secondo viaggio, questo è uno dei luoghi che meritano senza dubbio una visita.

 

 

Edgar Allan Poe – I Delitti della Rue Morgue –  (Racconto) - 1841

Emmanuel Fremiet – Orangutan che uccide un selvaggio del Borneo - (Scultura) - 1895

Ernest B. Schoedsack – King Kong – (Film) – 1933

Dario Argento – Phenomena – (Film) - 1985

Corrado Augias – I segreti di Parigi - (Saggio) - 1997

 

http://it.wikipedia.org/wiki/Mus%C3%A9um_national_d'histoire_naturelle_di_Francia

http://it.wikipedia.org/wiki/Edgar_allan_poe

http://it.wikipedia.org/wiki/I_delitti_della_Rue_Morgue

 

Su internet sono sorprendentemente scarse le pagine in italiano relative a questo luogo, a Fremiet e alla sua straordinaria scultura, riportiamo quindi dei link in altre lingue:

http://fr.wikipedia.org/wiki/Galerie_de_pal%C3%A9ontologie_et_d%27anatomie_compar%C3%A9e

http://en.wikipedia.org/wiki/Emmanuel_Fremiet