Sguardo selvaggio

di Alessandro Borgogno - 7/9/2008

Ci sono alcuni animali che oltre a rappresentare se stessi e la loro versione della vita sulla terra che l’evoluzione li ha portati ad esprimere (e sarebbe già abbastanza), rappresentano anche una linea di confine che raramente ci è dato di osservare. Una specie di linea invisibile che solo diventando per un attimo Alice, e passando attraverso lo specchio, riusciamo a vedere e a distinguere. E’ la linea che separa la natura selvatica che appartiene a tutti gli esseri viventi, noi compresi, da quella così detta domestica, o più propriamente culturale, che è nata e si è sviluppata nei millenni solo dopo che la nostra specie ha cominciato, un giorno molto lontano, non più ad adattare il suo fisico all’ambiente come tutti gli altri animali, ma a trasformare l’ambiente e i suoi abitanti per le proprie esigenze.

Può sembrare un discorso complicato, ma forse basta un esempio banale. Prima di noi, homini sapiens sapiens, non esistevano i cani. Esistevano solo i lupi, gli sciacalli e altri simili animali selvatici che tali sono ancora oggi. Con la presenza umana alcuni lupi hanno cominciato a modificare abitudini e fisico per seguirli e vivere con loro, così che tutti i cani che conosciamo oggi discendono sostanzialmente dal lupo, e quando guardiamo negli occhi un lupo vediamo fondamentalmente un cane, ma nella sua parte più primordiale. Infatti a guardarlo bene le differenze sono poche, ma guardandolo altrettanto bene ci accorgiamo che non ha lo stesso sguardo di un pastore tedesco o di un Husky, è un’altra cosa: è un animale selvatico.

Questa storia dei cani probabilmente la conoscono un po’ tutti, forse meno conoscono quella del gatto.

Anche i gatti che noi conosciamo, nelle loro mille razze, hanno un antenato primordiale e selvaggio, che non è il leone o la tigre o la lince, ma è proprio un gatto, tale e quale a loro.

E anche se probabilmente molti non l’avranno mai sentito nominare, non è scomparso o estinto o trasformato in altro dall’evoluzione, ma esiste ancora oggi. Si chiama, guarda un po’, Gatto Selvatico (Felis Silvestris è il suo nome scientifico, a dimostrazione che chi scelse il nome per il famoso gatto della Warner in perenne caccia dell’odioso Titti aveva un certo acume).

Per i naturalisti è una sorta di mito, quasi impossibile da vedere in natura, primo perché ormai rarissimo, secondo perché più schivo ed elusivo di qualsiasi altro animale selvatico. Notturno, perennemente nascosto nei boschi e nelle foreste più inaccessibili, solitario e silenzioso come nessun altro. Inoltre, da autentico selvaggio qual è, mal sopporta la cattività, ed è quindi anche assai difficile vederlo in uno zoo o in posti simili. Insomma una specie di fantasma, un’autentica e proverbiale Araba Fenice (“che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa”).

Anche io fino ad oggi mi sono dovuto fidare della sua esistenza e di qualche foto (dalle quali è sempre difficile stabilire se non si tratti di un comunissimo soriano un po’ cresciuto). Ed ora voi dovete fidarvi di me, perché fra i pochi posti dove è possibile vederlo c’è il parco naturale della foresta bavarese, Bayerischerwald, nella Germania del sud praticamente al confine con la Repubblica Ceca dove diventa foresta boema. Uno dei pochissimi luoghi in Europa dove esista ancora qualche ettaro di foresta vergine.

C’è un luogo nel parco dove è possibile camminare nella foresta e vedere degli animali rari e diffidenti, perché sono tenuti in grandi aree controllate che non sono ambienti ricostruiti, ma il loro ambiente naturale recintato in grandi aree dove possono almeno sentirsi un po’ meno rinchiusi, e si possono anche nascondere, tanto che non è affatto scontato riuscire a vederli. Infatti ho appena intravisto una lince, ho visto dei lupi e dei cervi molto da lontano e non sono riuscito ad intravedere neanche un pelo di Bisonte Europeo (che pure non è piccolino).

Lui invece, il Gatto Selvatico, a dispetto della sua fama se ne stava lì. Fermo e sonnacchioso a guardarci, assolutamente indifferente alla nostra chiassosa natura umana (di suoni e di colori).

Ed è magnifico.

E’ veramente un gatto, tale e quale ad un soriano a pelo lungo. Però più grande, tutto proporzionalmente più grande (dai 50 agli 80 centimetri esclusa la coda). E soprattutto, baffi e occhi diversi da qualsiasi gatto vi possa capitare di vedere. Lo sguardo inconfondibile di chi non ha niente di domestico, di chi non sa niente di chi sei e di come vivi. Lo sguardo di chi è e deve essere feroce perché da quello dipende la sua sopravvivenza. Guardarlo negli occhi significa vedere, in modo chiaro e prolungato, quel lampo selvaggio che a volte vediamo balenare nel nostro gattino quando ci riporta fra le fauci un passero o una lucertola, ricordandoci che è e resta pur sempre un predatore inevitabilmente spietato. Lui lo ha costantemente negli occhi e nell’espressione, non come un retaggio delle sue origini o come un lampo di memoria mai persa del suo lontano passato, ma come qualcosa che ancora possiede e che lo pervade.

Ecco, trovarsi di fronte ad un gatto selvatico è una di quelle occasioni quasi uniche di guardare negli occhi oltre quel confine invisibile che separa la nostra civiltà (o presunta tale) dalla sua parte più nascosta ma ancora ben presente, dalle sue origini più lontane e più profonde. Vuol dire avere di fronte, come in uno specchio che attraversa le epoche geologiche, l’immagine di cosa sono davvero e cosa erano i gatti prima di noi, e di cosa eravamo e cosa siamo ancora Noi stessi nel profondo. E ci ricorda, coi suoi occhi spietati e il suo sguardo profondamente selvaggio che ha cominciato a guardare attraverso il buio del sottobosco assai prima di noi, che su questa meraviglia di pianeta siamo pur sempre gli ultimi arrivati, e che non sarebbe male, ogni tanto, averne un po’ più di rispetto.

Trovate il modo di guardare negli occhi un gatto selvatico, e poi non guarderete mai più i vostri gattini con gli stessi occhi.