The Black and der Weisse

di Alessandro Borgogno - 24/10/2011

Nell’atrio del Caesar Palace di Las Vegas c’è la statua di un pugile. Si chiamava Joe Louis. La statua non è lì perché abbia combattuto incontri particolarmente importanti a Las Vegas, ma perché a fine carriera era diventato un ospite fisso dell’hotel e del suo casinò. Era pagato solo per stare lì. Per fare l’ospite e farsi vedere in giro per le sale. Attirava i clienti.

Joe Louis è stato il protagonista di una delle storie sportive e umane più straordinarie che si possano raccontare. Uno dei due protagonisti. L’altro era un tedesco, Max Schmeling.

Il pugilato è uno di quegli sport che per motivi ancora non del tutto chiari riesce più di ogni altro a creare e intrecciare vicende umane fuori dal comune. Sarà per la fatica, il sudore, la violenza. Sarà per la provenienza quasi sempre poverissima dei suoi campioni. Fatto sta che mai come dalla boxe emergono storie così esemplari e persone così autentiche, più vere di qualsiasi invenzione narrativa.

La storia è lunga e complessa. La sfida sarà riuscire a sintetizzarla.

Joe Louis era un pugile americano, nero. Una veloce carriera lo portò ai vertici della boxe negli anni 30, nella categoria dei pesi massimi. Fu uno dei primi a volere e mantenere a tutti i costi un manager anch’esso nero, mentre tutti premevano perché si facesse gestire da un manager bianco.

L’America era ancora profondamente razzista, negli stati del sud ancora dominavano le grandi proprietà terriere dei bianchi lavorate da masse di neri. L’integrazione era ancora una cosa molto lontana.

Fu in quegli anni, nel 1936, che Louis incontrò per la prima volta Max Schmeling. Era tedesco, gran pugile. Lo incontrò il 29 maggio a New York. Nonostante la Germania di Hitler fosse già poco simpatica negli States, molti, moltissimi americani non furono così dispiaciuti della vittoria del tedesco. Era pur sempre un bianco, e sovvertendo i pronostici sconfisse Louis alla 12esima ripresa, riaffermando agli occhi di molti la supremazia della razza bianca su quella africana.

Fu un colpo durissimo non solo per Louis, ma per l’intera comunità nera degli Stati Uniti.

Schmeling, dal canto suo, avendo avuto la bella idea di chiudere l’incontro urlando alla folla “Heil Hitler!” si vide subito mitizzato e coccolato dal regime nazista. Era diventato un simbolo della superiorità ariana sulle altre razze, e della invincibilità della potenza germanica.

Schmeling si tenne in bilico come potè, accettò le onorificenze del regime, ma al tempo stesso si rifiutò sempre decisamente di licenziare il suo manager ebreo, Joe Jacobs, come invece insistentemente veniva “invitato” a fare dal ministero dello sport nazista.

Tanto per dare un’idea di come queste vite si intreccino con le traiettorie più disparate, Schmeling nel 1933 aveva sposato Anny Ondra, che per noi cinefili non è un nome qualunque. Era un’attrice cecoslovacca di origine ungherese che 4 anni prima aveva raggiunto la notorietà in Inghilterra recitando nel primo film sonoro inglese della storia, “Blackmail” (Ricatto), diretto da un giovanissimo talento, tale Alfred Hitchcock (il quale tra l’altro, due anni prima aveva proprio girato una splendida storia muta di boxe, “The Ring”, in italiano “Vinci per me!”). C’è chi addirittura ipotizza, con diverse prove a carico, che la passione del grande Hitch per le bionde abbia avuto inizio proprio con questa attraente e ironica giovane attrice dell’est.

Ma torniamo, appunto, al ring.

Dopo la sconfitta del 1936 subita dal campione tedesco, Joe Louis riparte e risale. E’ abituato alla fatica, alle sconfitte, alle delusioni, ed è forte abbastanza da ripartire e riprendersi tutto ciò che ha perso. Un anno dopo conquista il titolo mondiale battendo James Braddock (il Cinderella Man del film di Ron Howard con Russel Crowe).

E ora, conquistato il titolo è deciso non solo a conservarlo, ma anche a ripetere la sfida che ancora resta una macchia sulla sua carriera.

Fra le difese del titolo arriva infatti anche l’incontro destinato a passare alla storia. Arriva nel 1938, sempre a New york, sempre allo Yankee Stadium.

Ma stavolta è molto più di un incontro di boxe. Stati Uniti e Germania sono ormai decisamente ostili, e la propaganda di entrambi i governi pompa sui due in modo esasperante. Schmeling è chiamato a ribadire la superiorità della Germania nazista e della razza ariana, Louis è chiamato a difendere l’idea stessa della democrazia degli Stati Uniti, e anche la dignità e la forza della comunità nera americana. Loro, gli americani, sono un po’ meno razzisti dell’ultima volta. Ora ci sono da difendere i loro valori e dare una bella lezione a quella dittatura violenta e pericolosa che sta facendo sfracelli oltreoceano.

Dittatura contro Democrazia. Altro che incontro di boxe.

Quella sera tutta l’America è ferma, radunata davanti alla radio. Gruppi di neri radunati sotto i portici della casa del loro padrone bianco tifano tutti per la stessa parte. Per questa sera è la parte di tutti.

L’incontro comincia, e dura esattamente due minuti e quattro secondi. In quei due minuti della prima e unica ripresa Joe Louis si abbatte come un tifone sul pugile tedesco. Gli scaraventa una quantità di colpi con forza e velocità pazzesche, da far ammutolire i commentatori. Max Schmeling non ha neanche il tempo di reagire, viene abbattuto come un toro sotto la scarica di un mitragliatore. KO alla prima ripresa.

Un trionfo per Louis. La sconfitta definitiva per Schmeling, che viene ovviamente subito scaricato dal regime nazista.

L’America esulta, tutti i neri in ogni angolo degli States si sentono un po’ meno soli e un po’ meno deboli.

Louis diventa un simbolo, non solo per i suoi simili, ma per l’America intera. La sua impresa è considerata parte determinante della crescita del sentimento anti-nazista che porterà infine all’entrata in guerra degli Stati Uniti contro il regime di Hitler.

Dopo l’apoteosi Louis difenderà il titolo per 27 volte, vincendo sempre, e si ritirerà dai combattimenti nel 1948, imbattuto.

Ma qui probabilmente inizia l’altra parte della storia, quella che a volte solo la boxe riesce a mettere in scena. Quei terribili due minuti di quella sera del 22 giugno sembra abbiano segnato, insieme al trionfo dell’uno e al tracollo dell’altro, anche l’inizio di un’amicizia destinata a durare assai più a lungo di una manciata di round.

Appena finita la guerra Schmeling è ovviamente in disgrazia, e Louis dagli Stati Uniti fa in modo di farlo rialzare in piedi aiutandolo ad ottenere la concessione per l’imbottigliamento della Coca-Cola in Germania. Gran bel colpo, che lo sistemerà stabilmente assicurandogli anche una lunga e tranquilla vecchiaia.

I tempi bui arriveranno poi anche per Louis, che dopo un ultimo tentativo di tornare sul ring ormai fuori tempo massimo rimane povero e dimenticato, e sarà soccorso proprio dal vecchio amico tedesco, che ora se la passa assai meglio.

E’ della fine della sua carriera la strana occupazione di “ospite” del Caesar Palace di Las Vegas. Lui sta lì, pagato e ospitato solo per girare per l’albergo, farsi vedere dagli ospiti, attirarli all’hotel e soprattutto al Casinò.

Con l’andare degli anni si scoprirà malato al cuore, sarà sottoposto a diversi interventi, e si arrenderà alla morte nel 1981 a 66 anni.

Il suo rivale vivrà più a lungo, saluterà questo strano mondo addirittura nel nuovo millennio, nel 2005, da perfetto centenario.

Ma è sugli ultimi particolari che alla fine la loro storia assume i toni unici e commoventi della leggenda.  

Joe Louis viene sepolto come eroe nazionale, con gli onori militari, nello storico cimitero di Arlington.

La sua lapide è straordinaria. Le date incise sul marmo scuro non sono 1914-1981 come avrebbero dovuto essere.

Le due date incise sono 1937-1949.

Come se la sua vita fosse stata davvero vissuta soltanto nei pochi anni in cui è stato imbattuto campione del mondo dei pesi massimi.

E l’ultima voce dalla leggenda, immancabile e per questo più vera del vero, vuole che le spese del funerale siano state interamente pagate da Max Schmeling, il suo unico, vero, grande, vecchio amico.

 

Joseph Louis Barrow detto Joe Louis

(Lafayette, 13 maggio 1914 – Las Vegas, 12 aprile 1981)

Max Adolph Otto Siegfried Schmeling

(Klein Luckow, 28 settembre 1905 – Wenzendorf, 2 febbraio 2005)

Primo incontro: New York - 29 Maggio 1936 – Schmeling batte Louis alla 12° ripresa

Secondo incontro: New York – 22 Giugno 1938 – Louis batte Schmeling a 2’04’’ della 1° ripresa