Millenovecentonovanta

Questa foto ha un storia, che dice che bisogna sempre guardare il mondo cambiando punto di vista. Era il 1990. Avevano terminato il restauro del Marco Aurelio, e dovevano trasportarlo dal San Michele fino al Campidoglio. Io e Carmelo eravamo lì, frequentavamo il corso da fotoreporter, l’occasione era unica, e andammo. C’erano 3 camion che avanzavano lentamente per le strade della città eterna. Su uno il Marco Aurelio, su un altro il cavallo, sul terzo un cestello con braccio semovibile con tre operai dal berretto rosso. Io e Carmelo capimmo subito che il fulcro della situazione era lì. Infatti tutti fotografavano i due enormi bronzi, qualcuno fotografava gli operai perché gli elmetti rossi erano fotogenici, ma nessuno aveva ancora capito che l’unica immagine possibile era prenderli tutti insieme. Ci facemmo strada fra la folla, allontanandoci, e salendo su un muretto del lungotevere per metterci alla loro stessa altezza. E andammo molto avanti, perché solo schiacciando la prospettiva da lontano si poteva farli entrare nella stessa inquadratura. E il momento buono dello scatto fu soltanto uno. Quello. Per questo nessun altro riuscì a fare quella foto. I tre operai erano lì perché alzavano con le mani i fili del tram per far passare le statue. Il Marco Aurelio e il suo cavallo facevano la loro marcia trionfale per la città eterna, ma senza quei tre operai non avrebbero potuto avanzare di un metro. Dietro ad una delle statue più belle del mondo, all’arte e alla storia, c’è ancora un volta il lavoro. Per questo ancora oggi sono certo che sia io che Carmelo, ogni volta che vediamo l’imperatore a cavallo nelle sale del Campidoglio, lo guardiamo con occhi diversi dagli altri.