Il Dodo

I cari estinti 3-Il Dodo

Ed eccoci al Dodo. Anche lui un simbolo, come il panda. Però il simbolo di chi non c’è l’ha fatta.

Povero Dodo, o Dronte che dir si voglia (Dodo però è un nome più simpatico).

Era un uccello abbastanza fuori dal comune. Una specie endemica, cioè unica e caratteristica di un solo luogo nel mondo, nel sue caso le isole Mauritius.

Era uno straordinario testimone dell’evoluzione darwiniana, perché dopo l’arrivo del suo antenato sulle isole, la situazione ambientale, l’isolamento, la mancanza di predatori e il tipo di cibo disponibile lo hanno pian piano trasformato da un uccello abbastanza classico ad una cosa completamente diversa. Una specie di grande tacchino, con le ali via via atrofizzate senza essere più utili, con un becco diventato enorme e robustissimo per poter spaccare roba tosta, tipo le noci di cocco e altra frutta coriacea.

Aumentò di dimensioni e di peso. Modificò le sue abitudini alimentari, mangiando più soltanto cibo a terra, modificò le abitudini migratorie, e smise di volare e non si mosse più da quelle isole. Insomma un animale unico nel suo genere.

A quel punto, tanto per cambiare, mentre se ne stava da qualche millennio tranquillo e pacifico nelle sue Mauritius senza predatori e senza pericoli, siamo arrivati noi.

Nel seicento cominciano ad arrivare olandesi e portoghesi, i conquistatori dei mari.

Non è che l’abbiano propriamente cacciato, anche perché da buon darwiniano il Dodo aveva pensato bene di diventare anche poco commestibile. La sua carne pare facesse abbastanza schifo.

Purtroppo però, come spesso facciamo, noi non ci accontentiamo mai di scoprire un luogo, Noi colonizziamo. Ci portiamo appresso il nostro mondo per riprodurlo ovunque, e modifichiamo i luoghi che troviamo per farli assomigliare di più al nostro. Siamo dei pigri. Vogliamo sempre casa nostra dovunque.

E quindi giù a disboscare, distruzione dell’habitat del dodo. E poi vai a portare sulle isole (o a farceli arrivare clandestini sulle navi) maiali, cani, topi, scimmie. E figurati quelli, in un ambiente senza predatori. Hanno fatto piazza pulita delle fonti primarie di cibo dei poveri Dodi.

In ultimo, perché poi ci dobbiamo sempre mettere mano diretta sennò ci sentiamo esclusi, se è vero che la carne del Dodo non era proprio una delizia, le uova però si. E il povero Dodo, privo di predatori naturali, non aveva mica sviluppato sistemi particolari di difesa per i suoi nidi. Faceva il nido a terra, scoperto.. tanto chi lo minacciava?

Noi. Noi e i nostri animali.

Non è durato molto in queste condizioni, il povero Dodo.

Alcune fonti datano gli ultimi avvistamenti al 1662, altri al 1681. Di sicuro all’alba del ‘700 il Dodo non esisteva già più.

Non contenti, infieriamo pure. Leggo da Wikipedia: “Nella lingua inglese il termine dodo indica, in senso figurato e con una sfumatura ironica, una persona incapace di adeguarsi alle nuove circostanze e ai nuovi tempi.”

Li pigliamo pure per il culo, capito?

La sua scomparsa poi ci ha fatto scoprire un’altra faccenda straordinaria (e una ennesima spettacolare conferma alle teorie di Darwin).

Nel giro di un paio di secoli o poco più, dopo la sua scomparsa sulle isole diminuì drasticamente la popolazione di un particolare albero, il Tambalacoque, e gli esemplari ancora rimasti erano tutti molto vecchi.

Diciamolo ancora meglio: tre secoli dopo la scomparsa del Dodo, erano rimasti alle Mauritius soltanto 13 esemplari di questo albero, e tutti avevano più di trecento anni di età.

Tutto chiaro?

Era evidente che l’albero, nel corso di una spettacolare evoluzione congiunta, aveva legato indissolubilmente la sua riproduzione alla presenza del nostro simpatico tacchinone.

Sembrerebbe che i suoi semi se non passano per il sistema digestivo del Dodo non sono in grado di germogliare. Capito che casino?

La simbiosi diretta non è stata dimostrata con certezza (e ti credo, non abbiamo più Dodi a disposizione da quattro secoli!), ma l’altra possibilità è che anziché per lo stomaco del dodo i semi del tambalacoque passassero per quello del Pappagallo a becco grosso. Che è soltanto meno famoso, poverino, ma ha avuto la stessa identica sorte del suo cugino più celebre. Faceva il nido a terra anche lui (uno dei pochissimi pappagalli al mondo a farlo), e arrivati gli uomini coi loro animali, buonanotte al secchio. Totalmente estinto anche lui. Tale e quale.

In ogni caso, quale che sia l’esatta combinazione fra Dodo, Pappagallo a becco grosso e albero di Tambalacoque, l’unica cosa certa è che abbiamo fatto un gran bel disastro laggiù.

Sempre per portarci appresso le nostre cattive abitudini.

A ulteriore dimostrazione, basti dire che oggi le isole Mauritius sono anche un paradiso fiscale, e che lo sport più popolare è, tanto per essere originali, il calcio.