Il Quagga

I cari estinti 8-Il Quagga

Cerchiamo di chiudere questa carrellata un po’ funerea con una storia ad almeno parziale lieto fine.

Il Quagga era una Zebra, una sottospecie della Zebra delle pianure che viveva nella savane del sudafrica.

Aveva qualcosa di diverso da tutte le altre zebre. Le tipiche strisce la coprivano dalla testa fino a metà del corpo, andavano sfumando come un paesaggio di Monet, e nella parte posteriore del corpo erano completamente assenti, lasciando emergere un pelo bruno totalmente uniforme. Sembrava il lavoro di un pittore lasciato a metà. Un simpatico non-finito michelangiolesco.

Se le zebre hanno sviluppato il loro manto striato per confondere i predatori e rendere difficile distinguere nel branco un individuo dall’altro, il Quagga aveva addirittura tentato di confondere l’osservatore persino sulla messa a fuoco del singolo individuo, portando il leone di turno a chiedersi “ma sto seguendo un individuo solo o due? Ma sto puntando a quella stessa zebra che ho visto prima o nel frattempo è arrivato un asino marrone che mi sta tagliando la strada?”

Un tipo dalle soluzioni fantasiose, il Quagga.

Purtroppo per lui, oltre ad essere buono da mangiare, occupava anche i pascoli che i colonizzatori del sudafrica intendevano usare per il loro bestiame. E quindi, guarda un po’, fu cacciato senza pietà.

La popolazione di queste simpatiche semi-zebre vide precipitare i suoi numeri nel giro di un secolo, anche meno. Scoperto praticamente alla fine del ‘700, verso il 1870 era già scomparso dalle pianure africane, e l’ultimo esemplare conosciuto morì allo zoo di Amsterdam nel 1883.

Non ha avuto neanche il piacere (piacere che a lei di sicuro interessava poco) di essere correttamente classificata finchè era ancora presente sulla Terra. Non si è stati certi infatti, fino a tempi recenti, se il Quagga fosse effettivamente una specie distinta dalle altre o fosse una sottospecie. Nel dubbio intanto è stata sterminata. Solo i progressi dell’analisi genetica hanno permesso da non molti anni di stabilirne con certezza la natura. “Toh… era una sottospecie. Quindi abbiamo portato all’estinzione totale una sottospecie”. E’ sempre bene sapere con precisione quello che facciamo. 

Però questa sua natura, e la sua classificazione postuma, ha rappresentato anche il primo passo per la sua speranza di resurrezione di specie. Già, perché per loro stessa definizione, due specie diverse non possono accoppiarsi fra loro e riprodursi (o meglio, possono anche farlo -vedi leoni e tigri o asini e cavalli- ma la loro prole è sterile, e quindi il processo si ferma alla prima generazione), ma fra sottospecie della stessa specie, o fra specie principale e sua sottospecie, accoppiamento e riproduzione sono possibili. Anzi avvengono regolarmente. Anzi molto spesso le nuove sottospecie nascono anche in questo modo.

E così, con un criterio simile a quello utilizzato negli anni trenta per l’Uro europeo (ma molto più scientifico, più serio e meno esteticamente ideologico di quello perpetrato dai due fratelli tedeschi coi soldi del Fuhrer), un progetto avviato dal Parco Nazionale sudafricano di Karoo (http://www.quaggaproject.org/) ha iniziato a selezionare zebre di pianura (la specie “madre”) con caratteristiche genetiche più vicine a quelle della sottospecie estinta, e ha portato avanti un programma di incroci ben strutturato, che ha finito per dare esiti spettacolari.

Pochi anni fa il Quagga ha rivisto il cielo africano, e il cielo africano ha rivisto il Quagga.

Al momento i pochi esemplari così “ricreati”, ancora non perfettamente uguali agli originali ma sulla buona strada, si trovano nel centro specializzato che ha portato avanti il sensazionale recupero. Il progetto prevede di incrementare la popolazione e di perfezionarne le caratteristiche fino al momento di poter iniziare a liberare di nuovo gli esemplari allo stato totalmente selvaggio nelle pianure che li avevano visti scorrazzare indisturbati (leoni a parte) per i millenni precedenti al nostro arrivo.

Bene, oltre a chiudere questa carrellata con questa immagine un po’ meno cupa delle altre, pensiamo che la storia del Quagga ci possa anche dare un suggerimento importante. La sua salvezza, o meglio la sua possibilità di essere riportata in vita dopo l’estinzione, risiede tutta nella sua natura di sottospecie. Fosse stata una specie autonoma e distinta, questo non sarebbe potuto accadere.

E questo può voler dire: attenzione a “specializzarsi” troppo. Oltre a percorrere la strada che porta a sapere sempre di più su sempre di meno fino a sapere tutto su niente, si diminuiscono anche le possibilità di essere salvati dalla propria fine certa.

Essere meno specializzati vuol dire essere più adattabili, essere più adattabili vuol dire poter unire e mescolare le proprie caratteristiche con quelle di altri simili. Sapersi mescolare agli altri vuol dire sopravvivere.

O, in definitiva, semplicemente vivere.